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In un contesto economico caratterizzato da rapide trasformazioni tecnologiche e significative sfide occupazionali, i sostegni al reddito e gli incentivi per chi cerca lavoro rappresentano strumenti fondamentali per garantire stabilità sociale e promuovere la rioccupazione. L'Italia, come molti paesi europei, ha sviluppato negli anni un sistema articolato di misure di supporto economico e di politiche attive del lavoro, cercando di bilanciare la necessità di fornire un'adeguata protezione sociale con l'obiettivo di favorire il reinserimento lavorativo. La gestione di questi strumenti avviene principalmente attraverso una rete di servizi territoriali, tra cui i Centri per l'Impiego a Milano e nelle altre città italiane, che svolgono un ruolo cruciale nell'orientamento e nell'accompagnamento dei disoccupati verso nuove opportunità professionali.

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Le recenti crisi economiche e sanitarie hanno reso ancora più evidente l'importanza di disporre di un sistema efficace di ammortizzatori sociali e di politiche attive del lavoro. Secondo i dati dell'ISTAT, nel 2023 il tasso di disoccupazione in Italia si attestava intorno al 7,7%, con punte più elevate tra i giovani e nel Mezzogiorno. Nonostante i progressi registrati rispetto agli anni precedenti, il mercato del lavoro italiano continua a presentare significative criticità, tra cui l'elevata incidenza del lavoro precario, il fenomeno del mismatch tra domanda e offerta di competenze, e la persistenza di divari territoriali, generazionali e di genere.

In questo quadro, le prospettive future indicano una crescente attenzione verso l'integrazione tra politiche passive (sostegni al reddito) e politiche attive (formazione, orientamento, incentivi all'assunzione), con l'obiettivo di superare approcci meramente assistenziali e promuovere percorsi personalizzati di riqualificazione e reinserimento lavorativo. Parallelamente, si assiste a un interesse crescente verso nuove forme di protezione sociale, come il reddito di base universale, oggetto di sperimentazioni in vari paesi europei, e verso l'adattamento degli strumenti esistenti alle sfide poste dalla digitalizzazione e dall'automazione del lavoro.

Evoluzione del sistema di sostegni al reddito in Italia

Il sistema italiano di sostegni al reddito ha subito numerose trasformazioni nel corso degli ultimi decenni, passando da un modello prevalentemente categoriale e frammentato a un approccio più universalistico e integrato. Questo percorso evolutivo riflette i cambiamenti strutturali del mercato del lavoro e le diverse visioni politiche che si sono succedute nel tempo riguardo al ruolo dello Stato nel garantire protezione sociale.

Negli anni '90 e 2000, il sistema si basava principalmente sulla cassa integrazione guadagni (ordinaria e straordinaria) e sull'indennità di mobilità, strumenti rivolti principalmente ai lavoratori dipendenti delle imprese medio-grandi, mentre restavano escluse o scarsamente protette altre categorie di lavoratori. Come evidenziato dal professor Maurizio Ferrera dell'Università di Milano, "il tradizionale sistema italiano di ammortizzatori sociali era caratterizzato da una marcata segmentazione e da significative lacune nella copertura, penalizzando soprattutto i lavoratori atipici e le fasce più vulnerabili del mercato del lavoro".

La riforma Fornero del 2012 ha rappresentato un primo tentativo di razionalizzazione, con l'introduzione dell'Assicurazione Sociale per l'Impiego (ASpI) e della Mini-ASpI, che hanno sostituito le precedenti indennità di disoccupazione. Successivamente, il Jobs Act del 2015 ha ulteriormente riorganizzato il sistema, introducendo la Nuova Assicurazione Sociale per l'Impiego (NASpI), caratterizzata da requisiti di accesso meno stringenti e da una più stretta connessione con le politiche attive del lavoro.

Un cambiamento significativo è avvenuto con l'introduzione del Reddito di Inclusione (ReI) nel 2017 e, successivamente, del reddito di cittadinanza (RdC) nel 2019, misure universalistiche di contrasto alla povertà che hanno cercato di combinare il sostegno economico con percorsi di inclusione sociale e lavorativa. Nel 2023, il RdC è stato sostituito dall'Assegno di Inclusione (ADI) e dal Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), con l'obiettivo di rafforzare la componente di attivazione lavorativa e di migliorare il targeting degli interventi.

Secondo uno studio della Banca d'Italia, questi strumenti hanno contribuito a ridurre significativamente l'incidenza della povertà assoluta in Italia, che nel 2022 interessava circa 5,6 milioni di persone (9,7% della popolazione). Tuttavia, persistono criticità riguardo all'efficacia dei percorsi di inserimento lavorativo, che hanno mostrato risultati inferiori alle attese.

Principali strumenti di sostegno al reddito attuali

Nell'attuale panorama italiano, gli strumenti di sostegno al reddito possono essere classificati in due grandi categorie: quelli legati alla perdita del lavoro e quelli di contrasto alla povertà. Questa distinzione riflette la duplice natura del sistema di protezione sociale, che mira da un lato a garantire continuità di reddito ai lavoratori temporaneamente disoccupati, e dall'altro a fornire un supporto di base alle persone in condizione di povertà indipendentemente dalla loro storia lavorativa.

Tra gli strumenti legati alla perdita del lavoro, la NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l'Impiego) rappresenta la principale misura di sostegno per i lavoratori dipendenti che perdono involontariamente l'occupazione. La durata dell'indennità è correlata alla storia contributiva del lavoratore, fino a un massimo di 24 mesi, mentre l'importo è parametrato alla retribuzione media degli ultimi quattro anni, con un meccanismo di decalage che prevede una riduzione del 3% mensile a partire dal sesto mese di fruizione. Come sottolineato dall'economista Tito Boeri, ex presidente dell'INPS, "il meccanismo di decalage è stato introdotto per incentivare la ricerca attiva di un nuovo impiego, bilanciando la generosità della prestazione con la necessità di evitare effetti disincentivanti sull'offerta di lavoro".

Per i lavoratori con carriere discontinue, è prevista la DIS-COLL, destinata ai collaboratori coordinati e continuativi, mentre per i lavoratori autonomi esiste l'ISCRO (Indennità Straordinaria di Continuità Reddituale e Operativa), introdotta in via sperimentale nel 2021 e successivamente stabilizzata.

Sul fronte del contrasto alla povertà, l'Assegno di Inclusione (ADI) rappresenta lo strumento principale, destinato ai nuclei familiari con componenti minori, disabili, over 60 o in condizioni di svantaggio. L'importo base è di 500 euro mensili, incrementabili in base alla composizione del nucleo e alle condizioni abitative, mentre la durata è di 18 mesi, rinnovabili dopo un mese di sospensione. L'ADI è condizionato alla partecipazione a percorsi di inclusione sociale e lavorativa, gestiti dai servizi sociali territoriali e dai centri per l'impiego.

Per i soggetti occupabili che non rientrano nei requisiti dell'ADI, è disponibile il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), un contributo di 350 euro mensili per un massimo di 12 mesi, subordinato alla partecipazione a progetti di formazione, qualificazione professionale o accompagnamento al lavoro.

Secondo l'INPS, nel 2023 la NASpI ha interessato circa 1,6 milioni di beneficiari, mentre l'ADI, nei primi mesi del 2024, ha raggiunto circa 740.000 nuclei familiari. Nonostante l'ampiezza della copertura, permangono problemi di adeguatezza degli importi e di tempestività nell'erogazione dei contributi, come evidenziato da un recente rapporto del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro (CNEL).

Politiche attive e incentivi per il reinserimento lavorativo

Le politiche attive del lavoro costituiscono il necessario complemento ai sostegni economici, mirando a facilitare l'incontro tra domanda e offerta di lavoro e a migliorare l'occupabilità delle persone in cerca di impiego. In Italia, il sistema di politiche attive è stato profondamente rinnovato negli ultimi anni, con l'obiettivo di superare approcci burocratici e standardizzati a favore di interventi personalizzati e basati su una valutazione approfondita delle competenze e dei bisogni individuali.

Un ruolo centrale in questo ambito è svolto dal Programma Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori (GOL), introdotto nel 2021 come parte del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), con una dotazione di 4,4 miliardi di euro fino al 2025. Il programma prevede cinque percorsi differenziati in base alle caratteristiche dei beneficiari: reinserimento lavorativo, aggiornamento (upskilling), riqualificazione (reskilling), lavoro e inclusione, ricollocazione collettiva. Come evidenziato dalla professoressa Chiara Saraceno, sociologa e studiosa delle politiche sociali, "GOL rappresenta un tentativo ambizioso di superare la tradizionale separazione tra politiche passive e attive, proponendo un approccio integrato che mette al centro la persona e il suo progetto professionale".

Secondo i dati del Ministero del Lavoro, nei primi 18 mesi di attuazione, GOL ha coinvolto oltre 1,2 milioni di beneficiari, con un tasso di inserimento lavorativo del 25% entro i sei mesi dalla presa in carico. Nonostante questi risultati incoraggianti, permangono significative differenze territoriali nell'implementazione del programma, con regioni del Centro-Nord che mostrano performance mediamente migliori rispetto a quelle del Mezzogiorno.

Parallelamente a GOL, il sistema italiano prevede numerosi incentivi per favorire l'assunzione di specifiche categorie di lavoratori. Tra questi, particolare rilevanza assumono:

  • L'esonero contributivo per l'assunzione di giovani under 36, che prevede uno sgravio del 100% dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, nel limite di 8.000 euro annui per un periodo massimo di 36 mesi (48 nelle regioni del Mezzogiorno);
  • L'incentivo per l'assunzione di donne in condizioni di svantaggio, con uno sgravio contributivo del 100% nel limite di 8.000 euro annui per 12-18 mesi;
  • Il bonus per l'assunzione di percettori di ammortizzatori sociali, che prevede l'esonero dal versamento del 20% dei contributi previdenziali per un massimo di 12 mesi.

Uno studio condotto dall'INAPP (Istituto Nazionale per l'Analisi delle Politiche Pubbliche) ha evidenziato che questi incentivi hanno un impatto positivo sulla probabilità di assunzione delle categorie target, stimato in un aumento medio del 25-30%. Tuttavia, lo stesso studio sottolinea il rischio di effetti di sostituzione e spiazzamento, con le imprese che tendono a privilegiare i lavoratori incentivati a scapito di altri, senza un reale incremento dell'occupazione complessiva.

Formazione professionale e riqualificazione delle competenze

In un mercato del lavoro in rapida evoluzione, caratterizzato dall'emergere di nuove professioni e dalla trasformazione di quelle esistenti, la formazione professionale e la riqualificazione delle competenze assumono un ruolo sempre più strategico per garantire l'occupabilità dei lavoratori e prevenire fenomeni di disoccupazione strutturale.

Il World Economic Forum, nel rapporto "The Future of Jobs 2023", stima che entro il 2025 il 50% dei lavoratori necessiterà di una significativa riqualificazione professionale per adattarsi alle trasformazioni indotte dalla digitalizzazione e dall'automazione. In Italia, secondo l'indagine PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) dell'OCSE, circa il 40% della popolazione adulta presenta livelli inadeguati di competenze di base e digitali, un dato che colloca il nostro paese in posizione critica rispetto alla media europea.

Per rispondere a queste sfide, il sistema italiano di formazione professionale si articola su diversi livelli:

  • La formazione iniziale, rivolta ai giovani che hanno concluso il primo ciclo di istruzione, principalmente attraverso i percorsi di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) di competenza regionale;
  • La formazione tecnica superiore, con gli Istituti Tecnici Superiori (ITS Academy) che offrono percorsi biennali o triennali di alta specializzazione tecnologica in stretta collaborazione con le imprese;
  • La formazione continua, destinata ai lavoratori occupati e finalizzata all'aggiornamento delle competenze, principalmente finanziata attraverso i Fondi Interprofessionali;
  • La formazione permanente, rivolta a tutti i cittadini indipendentemente dalla condizione occupazionale, che include interventi di alfabetizzazione funzionale, digitale e linguistica.

Un caso studio particolarmente significativo è rappresentato dall'esperienza del Fondo Nuove Competenze, istituito nel 2020 per sostenere le imprese nel processo di adeguamento delle competenze dei lavoratori alle nuove esigenze produttive. Il Fondo ha finanziato la rimodulazione dell'orario di lavoro per destinare parte delle ore alla formazione, coprendo i relativi costi. Nella sua prima edizione, ha coinvolto oltre 700.000 lavoratori di 14.000 imprese, con un investimento complessivo di 1 miliardo di euro.

Come sottolineato dal professor Michele Tiraboschi, direttore del centro studi ADAPT, "il Fondo Nuove Competenze rappresenta un'innovazione significativa nel panorama italiano, introducendo un approccio preventivo alla gestione delle transizioni professionali che valorizza il capitale umano come fattore strategico di competitività aziendale e di tutela dell'occupazione".

Nonostante questi sviluppi positivi, il sistema italiano di formazione professionale continua a presentare criticità, tra cui la frammentazione delle competenze tra diversi attori istituzionali, la debole integrazione con i servizi per l'impiego, e la limitata capacità di raggiungere le fasce più vulnerabili della popolazione, in particolare i lavoratori con basse qualifiche e quelli delle piccole imprese.

Innovazioni e tendenze future nel campo dei sostegni al reddito

Il dibattito sul futuro dei sistemi di protezione sociale è particolarmente vivace, alimentato dalle trasformazioni del mercato del lavoro e dalle nuove sfide socioeconomiche. In questo contesto, emergono diverse tendenze innovative che potrebbero influenzare l'evoluzione dei sostegni al reddito nei prossimi anni.

Una delle proposte più discusse a livello internazionale è quella del Reddito di Base Universale (RBU), un trasferimento monetario erogato a tutti i cittadini, senza condizioni e indipendentemente dalla loro situazione economica o occupazionale. Secondo Philippe Van Parijs, filosofo e economista belga tra i principali sostenitori del RBU, "un reddito di base incondizionato rappresenterebbe non solo una risposta alla crescente precarizzazione del lavoro, ma anche un modo per valorizzare attività socialmente utili non riconosciute dal mercato e per ampliare la libertà reale di scelta delle persone".

In Europa, diverse sperimentazioni sono state condotte negli ultimi anni. In Finlandia, un programma pilota ha coinvolto 2.000 disoccupati tra il 2017 e il 2018, erogando un contributo mensile di 560 euro. I risultati, analizzati dall'economista Olli Kangas, hanno mostrato effetti positivi sul benessere psicologico dei partecipanti e nessun impatto negativo significativo sull'offerta di lavoro, con un lieve aumento dell'occupazione nel gruppo dei beneficiari rispetto al gruppo di controllo.

Un'altra tendenza emergente riguarda l'introduzione di forme di reddito minimo garantito, misure selettive rivolte alle persone in condizione di povertà ma progettate per minimizzare i disincentivi al lavoro. Il modello più citato in questo ambito è l'Earned Income Tax Credit (EITC) statunitense, un credito d'imposta rimborsabile che integra i redditi da lavoro bassi, aumentando al crescere del reddito fino a una certa soglia e poi diminuendo gradualmente. Questo meccanismo, noto come in-work benefit, mira a rendere il lavoro sempre più conveniente rispetto all'inattività.

In Italia, una sperimentazione interessante è costituita dal Reddito di Libertà, introdotto nel 2021 per supportare l'autonomia economica delle donne vittime di violenza, con un contributo una tantum di 12.000 euro destinato a sostenere percorsi di inserimento lavorativo e abitativo. Secondo Valeria Valente, già presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul femminicidio, "il Reddito di Libertà rappresenta un'innovazione significativa che riconosce la specificità della condizione delle donne vittime di violenza e la necessità di interventi mirati che vadano oltre il sostegno economico temporaneo".

Un'ulteriore prospettiva di innovazione riguarda l'integrazione tra sostegni al reddito e politiche ambientali, con proposte come il "Reddito di Transizione Ecologica", finalizzato a sostenere i lavoratori dei settori ad alta intensità di carbonio nel passaggio verso un'economia verde. Secondo i dati della Commissione Europea, la transizione ecologica potrebbe creare fino a 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro in Italia entro il 2030, ma richiede significativi investimenti in riqualificazione professionale e misure di protezione sociale per evitare che i costi della transizione ricadano sulle fasce più vulnerabili della popolazione.

Digitalizzazione dei servizi e personalizzazione degli interventi

La trasformazione digitale sta ridefinendo profondamente le modalità di erogazione dei servizi di supporto al reddito e di intermediazione lavorativa, aprendo nuove opportunità in termini di accessibilità, efficienza e personalizzazione degli interventi. Questa evoluzione si inserisce nel più ampio processo di digitalizzazione della pubblica amministrazione italiana, che ha conosciuto un'accelerazione significativa durante la pandemia di COVID-19.

Un esempio emblematico di questo processo è rappresentato dalla piattaforma SIISL (Sistema Informativo per l'Inclusione Sociale e Lavorativa), lanciata nel 2023 come punto di accesso unificato alle misure di inclusione e alle politiche attive del lavoro. La piattaforma integra diverse banche dati (INPS, centri per l'impiego, enti di formazione, comuni) e consente la gestione digitalizzata dell'intero percorso dell'utente, dalla domanda di sostegno economico alla definizione del patto di servizio, fino al monitoraggio delle misure di attivazione.

Secondo Domenico Parisi, ex presidente di ANPAL (Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro), "la digitalizzazione rappresenta una leva fondamentale per superare la frammentazione del sistema italiano di welfare e per garantire interventi tempestivi e mirati, basati su una conoscenza approfondita delle caratteristiche e dei bisogni dei beneficiari".

Particolarmente promettente è l'applicazione dell'intelligenza artificiale e degli algoritmi predittivi per la profilazione degli utenti e la personalizzazione dei percorsi di reinserimento lavorativo. Un caso studio significativo in questo ambito è quello della Regione Lombardia, che ha sviluppato un sistema di profiling basato su un algoritmo che analizza le caratteristiche socio-demografiche e professionali dell'utente (età, livello di istruzione, esperienza lavorativa, ecc.) per stimare la sua distanza dal mercato del lavoro e identificare il percorso di attivazione più adeguato.

I risultati di questa sperimentazione, analizzati dall'Università Bocconi, mostrano un incremento del 15% nella probabilità di inserimento lavorativo per gli utenti che hanno beneficiato di percorsi personalizzati rispetto a quelli che hanno ricevuto servizi standardizzati.

Nonostante questi sviluppi positivi, la digitalizzazione dei servizi pone anche sfide significative in termini di accessibilità e rischio di esclusione digitale. Secondo l'ISTAT, nel 2023 il 23% delle famiglie italiane non disponeva di una connessione internet a banda larga, con percentuali più elevate tra gli anziani, le persone con basso livello di istruzione e i residenti nelle aree interne del paese.

Per affrontare queste criticità, diverse regioni hanno avviato programmi di "facilitazione digitale", con sportelli di assistenza e formazione rivolti alle persone con limitate competenze digitali. Come sottolineato dalla professoressa Franca Maino, direttrice del laboratorio Percorsi di secondo welfare, "la transizione digitale dei servizi di welfare richiede un approccio inclusivo che combini l'innovazione tecnologica con il mantenimento di canali di accesso tradizionali e con interventi mirati di alfabetizzazione digitale, per evitare che l'innovazione si traduca in nuove forme di disuguaglianza".

Comparazione internazionale dei modelli di sostegno al reddito

Un'analisi comparativa dei sistemi di protezione sociale a livello internazionale rivela significative differenze in termini di architettura istituzionale, generosità delle prestazioni e condizionalità degli interventi. Queste differenze riflettono non solo diverse tradizioni di welfare, ma anche specifiche configurazioni del mercato del lavoro e orientamenti culturali riguardo al ruolo dello Stato e alla responsabilità individuale.

I paesi nordici (Svezia, Danimarca, Finlandia) si caratterizzano per un approccio universalistico, con prestazioni generose e ampia copertura, accompagnate da politiche attive particolarmente sviluppate e da elevati investimenti in formazione. Il modello danese di "flexicurity", in particolare, combina un mercato del lavoro flessibile con un solido sistema di protezione sociale e politiche attive efficaci. Secondo il professor Peter Abrahamson dell'Università di Copenhagen, "il successo del modello nordico risiede nella capacità di coniugare sicurezza economica e promozione dell'occupabilità, attraverso un forte investimento pubblico in servizi di qualità e un coinvolgimento attivo delle parti sociali".

I paesi dell'Europa continentale (Germania, Francia, Austria) presentano sistemi di tipo assicurativo, basati principalmente sui contributi versati durante la vita lavorativa, con prestazioni proporzionali al reddito precedente e una forte segmentazione per categorie occupazionali. La Germania, in particolare, ha introdotto con le riforme Hartz (2003-2005) un sistema dual-tier, che prevede un'indennità contributiva di disoccupazione (Arbeitslosengeld I) per i primi 12-24 mesi, seguita da un sussidio assistenziale means-tested (Arbeitslosengeld II) di importo forfettario per i disoccupati di lungo periodo.

I paesi anglosassoni (Regno Unito, Stati Uniti) si caratterizzano per un approccio liberale, con prestazioni di importo modesto, fortemente condizionate e mirate alle fasce più vulnerabili della popolazione. Un caso emblematico è quello del Universal Credit britannico, introdotto nel 2013 per unificare sei diversi sussidi in un'unica prestazione, con un sistema di incentivi che premia l'incremento dell'attività lavorativa (taper rate del 55%, che prevede una riduzione graduale del sussidio all'aumentare del reddito da lavoro).

L'Italia, come gli altri paesi dell'Europa meridionale, ha tradizionalmente presentato un sistema di tipo familistico, con un ruolo centrale della famiglia come ammortizzatore sociale e una protezione pubblica frammentata e diseguale. Negli ultimi anni, tuttavia, si è assistito a un graduale avvicinamento ai modelli dell'Europa continentale, con l'introduzione di strumenti di reddito minimo e il potenziamento delle politiche attive.

Uno studio comparativo condotto dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha analizzato l'efficacia dei diversi modelli in termini di riduzione della povertà e promozione dell'occupazione. I risultati mostrano che i paesi nordici ottengono le migliori performance su entrambe le dimensioni, con tassi di povertà inferiori al 10% e tassi di occupazione superiori al 75%. I paesi dell'Europa continentale presentano buoni risultati nella riduzione della povertà ma performance più moderate sul fronte occupazionale, mentre i paesi anglosassoni mostrano alti tassi di occupazione ma una limitata efficacia nel contrasto alla povertà.

Come sottolineato dall'economista Anthony Atkinson nel suo studio "Inequality: What Can Be Done?", "il dibattito non dovrebbe essere incentrato sulla contrapposizione tra modelli, ma sulla ricerca di combinazioni efficaci di strumenti che tengano conto delle specifiche caratteristiche nazionali e che bilancino esigenze di protezione sociale, sostenibilità fiscale e incentivi al lavoro".

Lezioni apprese e possibili direzioni per l'Italia

L'analisi delle esperienze internazionali offre spunti preziosi per l'evoluzione del sistema italiano di sostegni al reddito e politiche attive del lavoro. In particolare, emergono alcune direzioni strategiche che potrebbero guidare le future riforme in questo ambito.

Una prima indicazione riguarda l'importanza di un approccio integrato che superi la tradizionale separazione tra interventi di protezione sociale e politiche per l'occupazione. L'esperienza dei paesi nordici dimostra che sistemi di sostegno al reddito generosi possono coesistere con elevati tassi di occupazione, a condizione che siano accompagnati da efficaci servizi di attivazione e da una robusta infrastruttura di formazione e riqualificazione professionale.

Come evidenziato dal rapporto "Attivazione lavorativa: le politiche attive del lavoro tra opportunità e insidie" della Fondazione Astrid, "l'integrazione tra politiche passive e attive richiede non solo un coordinamento istituzionale tra diversi attori, ma anche una visione unitaria che consideri la protezione sociale come un investimento piuttosto che come un costo, finalizzato a promuovere l'autonomia e la partecipazione attiva dei cittadini".

Un secondo aspetto cruciale riguarda la personalizzazione degli interventi, con un superamento di approcci standardizzati a favore di percorsi modulati sulle specifiche caratteristiche e bisogni dei beneficiari. Il modello tedesco dei "profili di servizio" (Profillagen), che classifica i disoccupati in sei gruppi in base alla distanza dal mercato del lavoro e definisce per ciascuno specifici pacchetti di servizi, rappresenta un esempio interessante in questa direzione.

Secondo il professor Emanuele Ferragina dell'Università Sciences Po di Parigi, "la sfida della personalizzazione non è solo tecnica ma anche culturale, e richiede un cambiamento di paradigma nella concezione dei servizi pubblici, da erogatori di prestazioni standardizzate a facilitatori di percorsi individuali di empowerment e inclusione attiva".

Un terzo elemento di riflessione concerne il ruolo del territorio e delle partnership locali. L'esperienza francese dei "Pactes Territoriaux d'Insertion", che coinvolgono attori pubblici, privati e del terzo settore nella definizione e implementazione di strategie integrate di inclusione socio-lavorativa, offre spunti interessanti per superare la frammentazione del sistema italiano e valorizzare le specificità territoriali.

Come sottolineato dal rapporto "Welfare responsabile e generativo" della Fondazione per la Sussidiarietà, "il territorio non è solo il luogo di implementazione delle politiche nazionali, ma un laboratorio di innovazione sociale dove possono emergere soluzioni originali basate sulla mobilitazione delle risorse locali e sulla co-progettazione tra diversi attori".

Infine, un'attenzione particolare merita il tema della valutazione d'impatto, ancora poco sviluppato in Italia rispetto ad altri paesi europei. L'esperienza britannica del "What Works Centre for Local Economic Growth", che raccoglie e analizza evidenze sull'efficacia di diverse politiche occupazionali per informare le decisioni pubbliche, rappresenta un modello interessante di integrazione tra ricerca e policy-making.

Secondo il professor Maurizio Ferrera, "la cultura della valutazione non è un esercizio accademico ma uno strumento essenziale per migliorare l'efficacia degli interventi, garantire un uso efficiente delle risorse pubbliche e rendere conto ai cittadini delle scelte politiche. Investire in capacità valutative dovrebbe essere una priorità per qualsiasi processo di riforma dei sistemi di welfare".

Bibliografia

  • Ferrera, M. (2019). Le politiche sociali: l'Italia in prospettiva comparata. Il Mulino, Bologna.
  • Saraceno, C. (2021). Il welfare: modelli e dilemmi della cittadinanza sociale. Il Mulino, Bologna.
  • Reyneri, E. & Pintaldi, F. (2020). Dieci anni di crisi del lavoro in Italia. Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano.
  • Ascoli, U. & Pavolini, E. (2022). Il welfare territoriale: nuove frontiere delle politiche sociali. Carocci Editore, Roma.
  • Tiraboschi, M. (2023). Politiche attive e formazione professionale: il nuovo paradigma delle competenze. ADAPT University Press, Modena.
  • Ranci Ortigosa, E. (2018). Contro la povertà: analisi economica e politiche a confronto. Francesco Brioschi Editore, Milano.
  • Madama, I. (2021). Le politiche di inclusione sociale: attori, strumenti, problemi. Laterza, Bari.
  • Arachi, G. & Baldini, M. (2023). Sistemi di welfare e redistribuzione: un'analisi economica.

Autore: Laura Perconti

Immagine di Laura Perconti

Laureata in lingue nella società dell’informazione presso l'Università di Roma Tor Vergata, Laura Perconti segue successivamente un Corso in Gestione di Impresa presso l'Università Mercatorum e un Master di I livello in economia e gestione della comunicazione e dei nuovi media presso l'Università di Roma Tor Vergata.

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